20/06/2014 - OMESSO VERSAMENTO IVA: IL RAPPRESENTANTE FISCALE DI UNA SOCIETA' ESTERA RISPONDE SEMPRE PENALMENTE

 
 
 
 
Cassazione, Sez. III pen., 18 giugno 2014, n. 26356

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 11.11.2013 la Corte di Appello di Torino, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Casale Monferrato, resa 111,5.2011, con la quale F.Q. era stato condannato, per il reato di cui all'art.10 ter D.L.vo 74/2000 ascritto, alla pena di mesi 8 di reclusione ed alle pene accessorie di cui all'art.12 D.L.vo 74/2000, riduceva a mesi 6 l'interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle Imprese e ad 1 anno l'incapacità di contrattare con la P.A e l'interdizione dalle funzioni di rappresentanza ed assistenza In materia tributaria, confermando nel resto l'impugnata sentenza.

Premetteva la Corte territoriale che non era contestata la condotta materiale dell'omesso versamento dell'Iva dovuta per l'anno 2005 dalla società estera " B. LTD" con sede in Londra, e neppure che il F.Q. fosse il rappresentante fiscale ex art.17 DPR 633/1972 (secondo cui il rappresentante fiscale sostituisce in tutti gli adempimenti relativi all'Iva la società estera ed è solidalmente responsabile). Tale responsabilità comprende anche quella penale ed è irrilevante che l'imputato non avesse svolto alcuna attività nella società, né si fosse interessato della gestione (l'assunzione di responsabilità deriva invero dall'accettazione della nomina).

2. Ricorre per cassazione l'Imputato, a mezzo del difensore, denunciando la mancanza, contraddittorietà o manifesta Illogicità della motivazione e la inosservanza o erronea applicazione della legge penale.

Secondo la Corte territoriale la responsabilità del rappresentante fiscale in Italia di una società estera rtcomprende anche quella penale in ordine al reato in contestazione.

Tale tesi è destituita di fondamento, in quanto II rappresentante fiscale potrà rispondere penalmente soltanto nel caso in cui sia provato un suo concorso nel reato posto in essere dalla governance della società, che continua a mantenere il potere assoluto sulle scelte gestionali, finanziarie e fiscali.

Secondo la Corte territoriale, invece, il rappresentante fiscale verrebbe ad essere ritenuto responsabile penalmente sulla base di una previsione flscal-tributaria (del resto nel capo di imputazione non si fa riferimento ad una ipotesi concorsuale) per il solo fatto dell'accettazione di quella nomina. Ma l'art.10 ter D.L.vo 74/2000 prevede una responsabilità penale a titolo di doto e non di semplice colpa.

Peraltro, l'art.17 DPR 633/72 fa riferimento al rappresentante fiscale che è figura differente dal sostituto fiscale.

Contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, non può essere responsabile penalmente il rappresentante fiscale che non sia stato messo dalla governance della società estera nella possibilità di effettuare il versamento IVA dovuto (irrilevante a tal fine è che il F.Q. avesse sottoscritto la dichiarazione annuale).

Con II secondo motivo denuncia la manifesta illogicità della motivazione in relazione al trattamento sanzlonatorio.

Considerato in diritto

 1. Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato.

2. A norma dell'art.17 DPR 633/1972, gli obblighi ed i diritti derivanti dall'applicazione delle norme in materia di imposta sul valore aggiunto, relativamente ad operazioni effettuate nel territorio dello Stato da o nei confronti di soggetti non residenti e senza stabile organizzazione in Italia, possono essere adempiuti o esercitati, nei modi ordinari, da un rappresentante residente nel territorio dello Stato, il quale risponde in solido con il rappresentato degli obblighi in questione.

2.1. L'art.10 ter D.L.vo 74/2000, a sua volta, sanziona chiunque non versa l'imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale.

Come risulta quindi dal testo normativo la sanzione penale trova applicazione nei confronti di "chiunque", pur essendovi obbligato, non provvede al versamento.

E l'obbligo, per espresso disposto dell'art.17 sopra richiamato, incombe indubitabilmente anche sul rappresentante fiscale, il quale deve assolvere a tutti gli adempimenti previsti dalla normativa in materia di IVA ed In particolare al versamento dell'Imposta.

Questa Sezione, peraltro, si è già pronunciata sul punto, con la sentenza n.35457 del 14.7.2010 Rv. 248631, affermando il principio che "il reato è configurarle anche nei confronti del rappresentante fiscale per l'Italia di società estere (art. 17 DPR 23 gennaio 1973 n.43), in quanto questi rappresenta l'unico interlocutore, sia pure In solido, per le obbligazioni fiscali e doganali",

3. Tanto premesso, hanno correttamente evidenziato i Giudici di merito che era irrilevante che il ricorrente non si fosse concretamente interessato alla gestione della società e che non fosse autorizzato ad operare sul conto corrente della medesima, in quanto l'assunzione di responsabilità (in solido) derivava dall'accettazione della nomina.

Dalla volontaria accettazione di quella nomina scaturiscono, invero, gli obblighi di carattere fiscale di cui all'art.17 cit. e, in caso di violazione, le conseguenze di carattere penale ex art.10 ter cit.

4. Va solo aggiunto che non può trovare applicazione la sentenza della Corte Costituzionale n.80 del 7.4.2014, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art.10 ter D.Lvo 74/2000, nella parte in cui, con riferimento al fatti commessi sino ai 17 settembre 2011, punisce l'omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per imposte non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad euro 103.291,38.

L'imposta di cui II ricorrente ha omesso il versamento (pari ad euro 184.280,00 per l'anno 2005) è superiore, infatti, alla "soglia" cui fa riferimento la sentenza sopra richiamata della Corte Costituzionale.

5. Quanto, infine, al trattamento sanzionatorio, la Corte ha dato conto adeguatamente dell'esercizio del potere discrezionale riconosciuto In proposito ai giudici di merito, evidenziando, da un lato, che non potevano essere concesse le circostanze attenuanti generiche per i precedenti penali, anche se risalenti (e non apprezzandosi alcun elemento di segno positivo) e, dall'altro, che la pena irrogata in primo grado risultava congrua in rapporto alla rilevante entità dell'imposta di cui era stato omesso il versamento.

Ed è pacifico che, al fini dell’applicabllità delle circostanze attenuanti generiche, il giudice di merito deve riferirsi al parametri di cui all'art.133 c.p., ma non è necessario, a tal fine, che li esamini tutti, essendo sufficiente che specifichi a quale di esso ha inteso far riferimento. Il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche è un giudizio di fatto lasciato alla discrezionalità del giudice, che deve motivare nei soli limiti atti a far emergere, in misura sufficiente, la sua valutazione.

Né vi è alcuna contraddizione con la disposta riduzione delle pena accessorie, essendosi la Corte territoriale limitata a rilevare, in ordine ad esse, l'eccessività della durata (come disposta dal primo giudice).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 
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