18/06/2014 - FRODE CAROSELLO: SPETTA ALL'A.F. PROVARE LA CONNIVENZA DEL CESSIONARIO NELLA FRODE DEL CEDENTE

 
 
 
 
Cassazione, Sez. trib., 17 giugno 2014, n. 13792

L’Agenzia delle Entrate ricorre contro la società A. S.r.l. per la cassazione della sentenza n. 228/63/11 con cui la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, confermando la pronuncia di primo grado, ha annullato un avviso di accertamento emesso per il recupero dell'indebita detrazione dell'IVA per l'anno 2004. L’atto impugnato traeva origine dalla contestazione alla società di aver beneficiato di fatture connesse ad operazioni soggettivamente inesistenti, nel più ampio contesto di una c.d. "frode carosello".

La sentenza gravata si fonda su una duplice ratio decidendi.La prima ratio decidendi consiste nella ritenuta buona fede della contribuente.

La seconda ratio decidendi, che muove dal presupposto che nella specie non sarebbe stato provata la circostanza del coinvolgimento dell'operatore estero nella frode fiscale, consiste nell’affermazione che "in mancanza di una tale circostanza, non può parlarsi di interposizione fittizia, ma di interposizione reale, con la conseguenza che il fornitore italiano deve considerarsi l'effettivo acquirente dal fornitore estero e con il conseguente diritto della contribuente accertata alla detrazione dell'Iva versata, come anche confermato dalla giurisprudenza comunitaria".

Il ricorso dell'Ufficio si articola in un unico motivo concernente violazione degli artt. 17, 19 e 21, d.p.r. 633/72, nonché dell’art. 2697 c.c., in relazione all'art. 360, n. 3, c.p.c., in cui il giudice territoriale sarebbe incorso trascurando il principio, che da dette norme deriverebbe, che per riconoscere il diritto alla detrazione dell’IVA versata su fatture relative ad operazioni soggettivamente inesistenti non sarebbe sufficiente la prova che il meccanismi fraudolento non fosse conosciuto dal contribuente ma servirebbe anche la prova che tale meccanismo non fosse da lui conoscibile secondo l’ordinaria diligenza.

La società intimata non si è costituita nel presente giudizio.

Va preliminarmente osservato come questa Corte abbia ripetutamente affrontato il tema del coinvolgimento dell’acquirente nelle frodi "carosello" poste in essere dal fornitore, precisando in particolare i criteri di riparto dell’onere probatorio tra Fisco e contribuente, enunciando, nella sentenza n. 10414/11, i seguenti principi:

"Nel caso di apparente regolarità contabile della fattura, dotata dei requisiti di legge, l’onere della prova grava sull’Ufficio, nel senso che questi deve provare 1) gli elementi di fatto della frode, attinenti il cedente, ovvero la sua natura di cartiera", la inesistenza di uno struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell’IVA come modalità preordinata al conseguimento di un utile nel meccanismo fraudolento e simili; 2) la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente però con prova certa ed incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purché dotati del requisito di gravità precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi - che possono coincidere con quelli sub) 1 - tali da porre sull’avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sulla inesistenza sostanziale del contraente, il quale non può non rilevarla e peraltro deve coglierla, per il dovere di accortezza e diligenza insito nell'esercizio di una attività imprenditoriale e commerciale qualificata.

Qualora, con giudizio di fatto rimesso al giudice del merito, la Amministrazione abbia fornito una prova nei termini di cui sopra, l'onere a carico della medesima si intende assolto e grava sul contribuente l'onere della prova contraria. "

L’onere di provare la connivenza del cessionario nella frode del cedente grava dunque sull’Amministrazione; quest’ultima può fornire tale prova anche mediante presunzioni semplici, le quali possono derivare anche dalle medesime risultanze di fatto attinenti alla natura di "cartiera" del cedente.

Ciò posto, si osserva che la censura di violazione di legge proposta dalla difesa erariale - mentre risulta fondata con riferimento alla seconda ratio decidendi, giacché, secondo i principi sopra richiamati, l’onere probatorio gravante sull'Ufficio in materia di frodi "carosello" non comprende anche la dimostrazione del fatto che il venditore estero sia consapevole della circostanza che il proprio interlocutore contrattuale è un soggetto interposto - non attinge efficacemente la prima ratio decidendi. Infatti la Commissione Tributaria Regionale, nell’annullare l’avviso di accertamento (anche) sull’assunto della buona fede della contribuente, basa tale decisione non sull’affermazione di diritto secondo la quale all’Amministrazione sarebbe preclusa la possibilità di provare per presunzioni la connivenza dell’acquirente nella frode del cessionario, ma sul giudizio di fatto - censurabile solo ai sensi dell’articolo 360 n. 5 cpc e non censurato nel ricorso dell’Agenzia delle entrate - secondo il quale, nella specie, l’Amministrazione non avrebbe assolto, nemmeno per presunzioni, all’onere probatorio sulla stessa gravante; emergendo anzi dal materiale istruttorio la prova della impossibilità della contribuente di riconoscere la natura di cartiera della società importatrice (vedi pag 3, sottolineato nostro: "La buona fede della contribuente può rilevarsi proprio dalla minima entità dei rapporti tra la stessa e la ditta E            . che consente di concludere per una impossibilità materiale della ricorrente di rendersi conto della specifica situazione della fornitrice, senza contare che non si vede come la contribuente avrebbe potuto controllare o verificare la correttezza fiscale della fornitrice).

Il mezzo di ricorso non appare quindi idoneo ad infirmare la seconda, autonoma, ratio decidendi della sentenza gravata e pertanto si propone al Collegio il rigetto del ricorso.»

che la società intimata si è costituita con controricorso; che la relazione è stata notificata alle parti costituite; che non sono state depositate memorie difensive;

che il Collegio condivide gli argomenti esposti nella relazione, evidenziando come i principi di diritto ivi affermati siano stati sostanzialmente confermati nelle più recenti pronunce di questa Corte (nn. 23560/12 e 24426/13);

che, pertanto, si deve rigettare il ricorso, con condanna della ricorrente a rifondere alla controricorrente le spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso; condanna la ricorrente a rifondere alla controricorrente le spese del giudizio di cassazione, che liquida in € 2.500 oltre € 100 per esborsi e accessori di legge.



 
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