15/11/2012 - STUDI DI SETTORE: INAPPLICABILI IN CASO DI POCHE CONSULENZE SU INCARICO DELL'AUTORITA' GIUDIZIARIA

 
 
 
 
Cass., Sez. V, del 7 novembre 2012 (ud. 4 ottobre 2012), ord. 19223

 

Si  rivela   infondata   la   pretesa dell'Amministrazione tanto  di  sorreggere  il  proprio  accertamento  sulla sola base del presunto  scostamento  dagli studi di settore, quanto  di  determinare un inversione dell'onere della prova  a  carico  del contribuente di  fronte all’indimostrata applicabilità  nella   specie   degli  standard  richiamati. Un  numero assai  limitato  di   prestazioni   di   consulenza,   tutte   su   incarico dell'autorità  giudiziaria,   non  possono  essere  prova  di  una  attività continuativa  del tipo presunto nell'accertamento.


 

          REPUBBLICA ITALIANA
                        IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
                       LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
                             SEZIONE TRIBUTARIA
  Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
  Dott. MERONE    Antonio                             -  Presidente   -
  Dott. BOTTA     Raffaele                       -  rel. Consigliere  -
  Dott. VALITUTTI Antonio                             -  Consigliere  -
  Dott. CIGNA     Mario                               -  Consigliere  -
  Dott. TERRUSI   Francesco                           -  Consigliere  -
  ha pronunciato la seguente:
                                 ordinanza
  sul ricorso proposto da:
  Agenzia   delle  Entrate,  in   persona   del   Direttore   pro   tempore,
elettivamente  domiciliata   in  Roma,  via  dei   Portoghesi   12,   presso
l'Avvocatura Generale dello  Stato,  che  la  rappresenta  e   difende   per
legge;
  - ricorrenti -
                                   contro
  G.G., elettivamente domiciliato  in  Roma,  piazza  Cinque   Giornate   2,
presso l'avv. Neglia Salvatore, che, unitamente all'avv.  Parbuono  Roberta,
lo rappresenta e difende, giusta delega in calce al  controricorso;
  - controricorrente -
  avverso  la  sentenza   della  Commissione  Tributaria   Regionale   della
Toscana  (Firenze),  Sez.   6,   n.   85/6/06   del   24   novembre    2006,
depositata il 18 gennaio 2007, non notificata;
  Udita  la  relazione svolta nella Camera  di  Consiglio  del   4   ottobre
2012 dal Relatore Cons. Dott. Botta Raffaele;
  Udito l'avv. NEGLIA Salvatore, per la parte controricorrente;
  Preso atto che il P.M. non si oppone alla relazione.
 
FATTO E DIRITTO
  1.  Il ricorso concerne una controversia relativa all'impugnazione di   un
avviso  di accertamento ai fini IVA, IRPEF e IRAP, con il  quale,   ritenuta
la non congruità dei ricavi dichiarati rispetto  a  quelli  attribuiti   dai
parametri, rideterminava il reddito del  contribuente  in   riferimento   al
supposto esercizio dell'attività  di  consulente  agronomo.
  2.   Il   ricorso   è  basato   su   unico   motivo,    con    il    quale
l'amministrazione   censura   la  sentenza  impugnata   per    insufficiente
motivazione,   in   ordine   alla  valutazione  degli   elementi   probatori
acquisiti   al   giudizio   in   funzione  dell'accertamento   della   reale
dimensione dell'attività svolta dal contribuente.
  3.  Il  ricorso  non  è fondato.  Questa  Corte   a   Sezioni   Unite   ha
affermato   il   seguente   principio:   "La   procedura   di   accertamento
tributario  standardizzato mediante l'applicazione  dei  parametri  o  degli
studi  di  settore  costituisce  un  sistema  di  presunzioni  semplici,  la
cui gravità, precisione e concordanza non è  ex   lege   determinata   dallo
scostamento del  reddito  dichiarato   rispetto   agli   standards   in   
considerati - meri strumenti di ricostruzione  per  elaborazione  statistica
della normale redditività - ma nasce solo in  esito  al  contraddittorio  da
attivare  obbligatoriamente,  pena  la  nullità  dell'accertamento,  con  il
contribuente.  In  tale  sede,  quest'ultimo ha l'onere  di  provare,  senza
limitazione  alcuna  di  mezzi   e   di   contenuto,   la   sussistenza   di
condizioni  che   giustificano   l'esclusione   dell'impresa  dall'area  dei
soggetti cui possono  essere  applicati   gli  standards  o   la   specifica
realtà  dell'attività  economica  nel  periodo  di  tempo in esame,   mentre
la  motivazione   dell'atto   di   accertamento   non  può   esaurirsi   nel
rilievo  dello   scostamento,    ma    deve   essere   integrata   con    la
dimostrazione  dell'applicabilità in concreto dello standard   prescelto   e
con  le  ragioni   per  le  quali  sono  state  disattese  le  contestazioni
sollevate  dal   contribuente.  L'esito  del   contraddittorio,    tuttavia,
non  condiziona  l'impugnabilità dell'accertamento,   potendo   il   giudice
tributario    liberamente    valutare    tanto     l'applicabilità     degli
standards   al   caso   concreto,  da  dimostrarsi   dall'ente   impositore,
quanto la controprova offerta dal contribuente che,  al  riguardo,   non   è
vincolato   alle  eccezioni  sollevate   nella   fase    del    procedimento
amministrativo  e  dispone  della più  ampia  facoltà,  incluso  il  ricorso
a  presunzioni  semplici,  anche  se  non  abbia   risposto  all'invito   al
contraddittorio  in  sede  amministrativa,   restando  inerte. In tal  caso,
però, egli assume le conseguenze di questo  suo   comportamento,  in  quanto
l'Ufficio    può    motivare    l'accertamento    sulla     sola        base
dell'applicazione   degli   standards,   dando    conto   dell'impossibilità
di   costituire  il  contraddittorio   con   il   contribuente,   nonostante
il  rituale   invito,   ed   il   giudice   può   valutare,    nel    quadro
probatorio, la mancata  risposta  all'invito"   (Cass.  S.U.  n.  26635  del
2009). Alla luce  di  tale  principio  si  rivela   infondata   la   pretesa
dell'amministrazione tanto  di  sorreggere  il  proprio  accertamento  sulla
sola base del presunto  scostamento  dai  parametri, quanto  di  determinare
un inversione dell'onere della prova  a  carico  del contribuente di  fronte
alìindimostrata applicabilità  nella   specie   degli  standard  richiamati.
Peraltro  le   argomentazioni   sviluppate  nel  ricorso  si  risolvono   in
generiche  affermazioni,   anche   prive   di   autosufficienza,   che    si
configurano  funzionali  ad  una  inammissibile  richiesta di revisione  del
merito e nella  pretesa  di  veder  prevalere le valutazioni della parte  su
quelle del giudice  di  merito.  Quest'ultimo ha dato  conto  delle  ragioni
che  sorreggono  il  suo  convincimento, evidenziando anche come  un  numero
assai  limitato  di   prestazioni   di   consulenza,   tutte   su   incarico
dell'autorità  giudiziaria,   non  possono  essere  prova  di  una  attività
continuativa  del tipo presunto nell'accertamento.
  4.  Il  ricorso  deve  essere  rigettato.  La  formazione   dei   principi
indicati    in    epoca   successiva   alla   proposizione    del    ricorso
giustificano  la   compensazione  delle  spese  della  presente   fase   del
giudizio.
 
P.Q.M.
  LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE  Rigetta il ricorso. Compensa le spese.
  Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 4 ottobre 2012.
  Depositato in Cancelleria il 7 novembre 2012
 
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